
Abbiamo intervistato Gianrico Carofiglio per voi.
http://www.dols.net/magazines_news.php?id_micro=57&id_news=760
e alla fine dell'intervista gli abbiamo chiesto se era disponibile a rispondere alle domande provenienti dal blog. E lui ci ha detto si.
Lascio aperta la sessione alle vostre domande.
Cosa vuol dire “pari opportunità”?

L’opportunità non è un diritto, quindi parlare di pari opportunità non significa in senso stretto cercare di livellare gli individui. Mi sono occupato per alcuni anni di formazione per educatori, e ci si soffermava spesso sulla coeducazione. Coeducare, ci dicevamo, non significa cercare di far assomigliare i bambini alle bambine, né di combattere tutte le espressioni che possono indicare una sessualità in sviluppo. Coeducare non significa nemmeno ignorare le differenze ma riuscire a lavorare per far sì che le differenze siano occasioni di confronto e di crescita, e come tali un vero e proprio vantaggio. La coeducazione, che non è specificamente rivolta ai due sessi, aiuta gli individui a scoprire che dietro ogni differenza c’è un valore da cogliere: sia che si tratti di minoranze culturali, differenze sessuali, differenti abilità o sensibilità.
A volte esprimersi con le parole in questo territorio di minoranze e maggioranze equivale a camminare in un terreno minato: essere minoranza per qualcuno è considerato ancora un limite, come se fosse un segno di minore normalità o una carenza di qualche natura. Ed allora si ricorre a concetti di “uguaglianza” e di “parità”, come se considerare tutti allo stesso identico modo costituisca un alibi sulla buona fede e metta tutti a “parte civile”.
Pari opportunità, in questa ottica, diventa una scusa per dire che ciò che costituisce un’opportunità per un uomo dovrebbe esserlo e valere anche per una donna. Ma è davvero così? Non sono convinto.
Ho imparato che se si dovesse fare una generalizzazione sessuale le donne si mostrano spesso più abili negli uomini nello svolgimento di alcuni compiti. Si distraggono meno, e sanno anche essere più collaborative (anche se le eccezioni si sprecano). Ricordo di un aneddoto che riguarda il cambio di regime in Albania e la successiva situazione economica di questo Paese, che ha portato molte aziende occidentali a cercare solo donne albanesi per qualsiasi lavoro, poiché gli uomini essendo ancora legati al vecchio stile comunista lento e svogliato si mostravano molto meno flessibili rispetto al cambiamento dello stile di lavoro.
Sono molti gli impreditori che sanno che spesso un compito affidato ad una donna sarà svolto meglio rispetto a quello affidato ad un uomo, e che la vera difficoltà per le imprese consiste nell’investire in un individuo (una donna, in questo caso) che prima o poi dovrà fare i conti con la propria natura, magari diventando anche mamma.
All’incontro di domenica c’era anche, fra le esperienze ascoltate, quella di una madre. Mi sono chiesto se ad un workshop o un incontro dedicato agli uomini di successo si sarebbe mai considerato opportuno portare l’esperienza di un padre realizzato. Forse no.
Allora forse la chiave è su questo punto: c’è alla base una diversa visione del mondo fra i sessi in un mondo che vuol essere fatto di pari opportunità? La visione del mondo è ciò che ognuno di noi mette nel proprio cassetto dei desideri per dire: “mi sentirei una persona realizzata se…
Proviamo a immaginare di chiederlo a un uomo. Proviamo poi ad immaginare di chiederlo a una donna. Sentirsi “realizzata” o “realizzato” per un uomo potrebbe passare quasi sicuramente per la carriera, l’affermazione sociale, magari anche per la realizzazione di una famiglia serena. Per una donna difficilmente sentirsi “realizzata” può sminuire l’esperienza del parto. La famiglia, così come la interpreta un uomo, è sicuramente un valore anche per la donna, ma la gravidanza è forse qualcosa “in più”: un qualcosa che gli uomini “non possono capire mai completamente” (come ho sentito spesso dire) e che costituisce un’esperienza così totale e unica nel suo genere che non può essere paragonata a niente altro, e la cui stessa natura stravolge tempi e abitudini individuali, modifica il carattere, cambia la personalità e la scala dei valori di una vita altrimenti dedicata solo al successo professionale
Questa differenza, antropologica se vogliamo, non può non essere tenuta fortemente in considerazione per stabilire cosa serve ad un individuo per realizzarsi. Se crediamo nelle potenzialità di ciascun essere umano, io a questo punto trovo fortemente limitante parlare solo di “pari opportunità” fra donne e uomini. Io voglio “le migliori opportunità” per ogni individuo secondo la propria natura.
Io voglio un mondo che non lavori per dare a mia figlia o mio figlio lo stesso diritto: ma che riesca a offrire a ciascuno dei due, secondo le proprie potenzialità, le migliori opportunità per realizzarsi ciascuno secondo la propria unicità. Voglio un mondo che permetta a mia figlia di non dover scegliere a cosa dover rinunciare fra essere madre e fare carriera, ma una società che sappia individuare le sue peculiarità per permetterle di realizzarsi ugualmente anche se il suo percorso sarà assolutamente diverso da quello di mio figlio.
Lavorare con questo obiettivo è forse un po’ diverso che lavorare per offrire pari opportunità: significa immaginare quello che in molte famiglie moderne e intelligenti si fa sempre più frequentemente: ci si distribuisce i compiti secondo le proprie capacità e sensibilità. Ci sono coppie che hanno nella donna la persona più abile nella gestione del budget familiare, e altre che invece trovano l’uomo più adatto al compito
Senza peccare di finto qualunquismo o peggio ancora di celare del maschilismo latente, non credo che offenderei la mia compagna se le sue qualità fossero apprezzate anche nella distribuzione dei compiti domestici, né mi sentirei offeso se fossero apprezzate le mie. Senza che questo debba diventare l’alibi di un abuso di qualsivoglia natura, ovviamente. Lo stesso principio vorrei vedere anche espresso in una società che si vuole bene come si vuol bene una coppia, e che riesce ad offrire a chiunque le migliori opportunità per realizzarsi e sentisi felice.
O Sbaglio?